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13 novembre 2015: la paura parla francese

Attacchi a parigi

Nella foto: Candele con i colori della bandiera francese poste davanti alla sala per concerti Bataclan, la mattina dopo gli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre REUTERS/Pascal Rossignol. Fonte: International Business Times.

Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già sanno che esistono, le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi.
(Gilbert Keith Chesterton)

Dopo l’11 settembre sembrava impossibile che un altro evento potesse sconvolgere lo scenario internazionale con la stessa intensità.

E invece gli attentati della notte del 13 novembre a Parigi hanno di nuovo scosso gli animi dei cittadini di tutto il mondo.

Non sono una statista e non provo neanche ad azzardare ipotesi del perché e di cosa andrebbe fatto.

Considero questo un lavoro indispensabile, imprescindibile e al tempo stesso estremamente delicato. Pertanto lo lascio a chi fa questo “mestiere”, augurandomi che lo riesca a fare nel migliore dei modi.

Io invece mi limito a condividere con voi qualche riflessione di natura più “psi”.

Un velo di silenzio: rispetto e terrore

La mattina del 14 novembre tutto il mondo si è risvegliato come sotto un velo di silenzio.

La perplessità, l’incredulità sono state le prime reazioni che hanno portato, in un tam tam mediatico che ha corso sui media e social network, a condividere e cercare informazioni e riflessioni.

Un silenzio di rispetto e di sospensione. Alla ricerca di più dettagli, di certezze sugli amici, e sugli amici degli amici, e sugli amici degli amici degli amici.

Peur (paura), terreur (terrore)

Rispetto, perplessità, incredulità.

Ma anche tanta paura e tanto terrore.

Eventi come l’11 settembre prima, e il 13 novembre ora minano profondamente il senso di stabilità, fiducia, sicurezza che tutti gli uomini cercano per sé e per i propri cari nel momento in cui si riuniscono in clan, tribù, città, Paesi. Dalle mura delle abitazioni all’istituzione dei corpi armati, da sempre gli uomini cercano strategie per innalzare il proprio senso di protezione dall’altro minaccioso.

Questo può essere infranto da eventi che ci coinvolgono in prima persona ma anche da realtà che a qualsiasi titolo ci sembrano o sono realmente vicine a noi.

Ed eventi terroristici come quelli che hanno devastato la città di Parigi chiamano in causa tutti noi: poteva accadere a me, potrà accadere a me, è accaduto a persone non troppo lontane da me.

L’immedesimazione nelle vittime diffonde la paura e il terrore a macchia d’olio. Nessuno si sente più al sicuro.

E la sofferenza per l’altro diventa la mia sofferenza. La tristezza, lo sgomento diventano i sentimenti predominanti che possono tradursi in somatizzazioni e stati di malessere psicofisico, quali lo stress, l’ansia, gli attacchi di panico.

E tutto ciò va conosciuto e riconosciuto affinché non si abbia paura, non ci si vergogni e non ci si spaventi per gli effetti che possono avere su di noi eventi traumatici che non ci hanno riguardato in prima persona.

Messaggi di solidarietà e speranza

Ma le reazioni che suscitano eventi di tale portata non sono solo negativi.

Di fronte a un pericolo e una sofferenza maggiori, gli uomini si uniscono e su scala ancora più ampia, superando i confini etnici e territoriali, manifestano una solidarietà e un supporto di portata mondiale.

Messaggi di speranza, di vicinanza, di solidarietà hanno abbracciato le vittime della tragedia parigina e i loro cari.

Perché i “terroristi” potranno vincere solo se il terrore prenderà il sopravvento su valori quali la sicurezza, l’umanità, la speranza, la solidarietà. E questo no, la popolazione mondiale non lo potrà concedere.

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