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L'intervista al Secolo XIX: Cancellare i brutti ricordi

Secondo alcuni neuroscienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT), un giorno potrebbe essere possibile cancellare i brutti ricordi manipolando il gene Npas4. Questo è quanto riporta Isabella Faggiano nell'articolo "Se i ricordi fanno male li cancello", pubblicato su Il Secolo XIX di venerdì 6 gennaio 2012.

I ricercatori del MIT hanno scoperto che disattivando il “gene della memoria” (l'Npas4) dei topi da laboratorio, questi “dimenticano” il timore di rientrare in una stanza dove avevano precedentemente subito delle scariche elettriche e che avevano quindi imparato ad evitare.

Una tale scoperta farebbe prospettare, per il futuro, nuovi trattamenti e nuovi scenari per la pratica clinica psicoterapeutica, anche se al momento si tratta solo di ipotesi e speranze.

L'intervita integrale

Come funziona il meccanismo della memoria?

La memoria è una funzione vitale per la specie umana. È infatti grazie alla capacità di ricordare, cui è connessa quella di imparare, che l’essere umano può svilupparsi, crescere ed evolversi.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, la memoria non si risolve in un’unica funzione. Essa è costituita da serie di sistemi interconnessi, tanto da portare gli studiosi ad affermare che l’essere umano ha più memorie. 

In primo luogo è possibile distinguere tra memoria a breve e lungo termine. Con la prima ricordiamo temporaneamente piccole quantità di informazioni che, dopo essere state utilizzate, vengono dimenticate; con la seconda, le informazioni vengono immagazzinate in modo durevole. La memoria a lungo termine è ulteriormente distinta in procedurale e dichiarativa. Quella procedurale è quella grazie alla quale siamo in grado di svolgere compiti automatici e inconsapevoli (ad esempio, guidare l’automobile). La memoria dichiarativa, invece, è costituita da tutti quei ricordi che possiamo verbalizzare in modo consapevole: queste informazioni possono riguardare singoli episodi, eventi specifici (memoria episodica) oppure la conoscenza generale del mondo (memoria semantica). Altri tipi di memoria sono quella prospettica, ossia la capacità di ricordare eventi futuri, e quella autobiografica, che consente di ricordare esperienze significative della vita della persona. Distinte da tutte queste vi è la memoria sensoriale, che si basa sul ricordo di informazioni sensoriali (ad esempio un rumore, un’immagine, un profumo); questo tipo di memoria dura pochissimi secondi, a meno che le informazioni non vengano elaborate per poi passare nella memoria a breve o lungo termine. 

Perché alcune persone hanno più memoria ed altre meno?

Alcuni autori sostengono che le informazioni riposte nella memoria non scompaiono mai, ma semplicemente diventano meno accessibili. Anche se questa affermazione non è stata dimostrata, appare più corretto dire che alcune persone hanno più difficoltà a richiamare le informazioni memorizzate che a ricordarle.

È bene comunque tener presente che generalmente valutiamo la nostra memoria in modo estremamente soggettivo e la confrontiamo con le valutazioni altrettante soggettive degli altri.

Inoltre molte persone hanno la pretesa di “avere tutto a mente”, ma questa è un’impresa impossibile destinata a fallire. Ciò è vero soprattutto se abbiamo una vita molto impegnata. Quante più cose dobbiamo ricordare, infatti, maggiore sarà il rischio di dimenticarle.

Perché una stessa persona ricorda perfettamente determinate cose ed altre le rimuove completamente?

Come abbiamo visto, esistono più memorie. Non c’è dunque da meravigliarsi se, come per tutte le altre abilità umane, una persona ha una predisposizione maggiore in una di queste memorie oppure, grazie ai suoi studi, al suo lavoro o alle esperienze di vita, ha sviluppato maggiormente una particolare forma di memoria.

Si possono fare degli esercizi pratici per allenare la memoria?

Numerosi studi hanno consentito di definire diversi ausili mnemonici che possono aiutare il processo di memorizzazione e il richiamo delle informazioni. Un primo principio fondamentale, noto come l’ipotesi del tempo totale di Ebbinghaus, è che la quantità di dati memorizzati dipende dal tempo dedicato al loro apprendimento.

Esistono comunque diversi esercizi per allenare la memoria e ottenere il massimo vantaggio con il minor dispendio di tempo. Le tecniche più diffuse si basano sull’organizzazione delle informazioni, ad esempio con tecniche di immaginazione visiva. È bene, inoltre, tener presente che può essere più utile ripetere gli esercizi di memorizzazione poco e spesso che concentrare gli sforzi in poco tempo, e che l’efficacia di queste tecniche dipende molto anche dal materiale da apprendere e dall’interesse della persona.

Non è da sottovalutare, infine, l’uso di ausili esterni, quali l’agenda e un blocco per gli appunti. Non dimentichiamo, come abbiamo già detto, che non si può pretendere da se stessi di avere tutto in mente, soprattutto quando dobbiamo ricordare molte cose.

Esiste un modo per riportare alla memoria cose che pensiamo di aver dimenticato?

La facilità di ritrovare informazioni nella nostra memoria dipende dalla qualità dell’organizzazione nel momento in cui queste informazioni sono state “archiviate”. In molti casi, quando non riusciamo a ricordare qualcosa, può essere sufficiente un “indizio”, una parola o anche un odore, che associamo a quell’informazione.

Nei casi più complessi queste strategie possono non essere sufficienti. Le dimenticanze possono essere dovute alla rimozione di fatti associati a forte angoscia, stress o ad un evento traumatico. In questo caso, un lavoro terapeutico può essere indispensabile per la guarigione.

C'è un modo per cancellare un ricordo o, almeno, per avere la sensazione di non pensarci più?

L’agenda e il diario sono due strumenti terapeutici molto potenti per liberare la mente e il cuore da pensieri, impegni ed emozioni che ci impediscono di agire senza continue auto-interferenze.

Tuttavia, è bene tener presente che incubi e pensieri ossessivi possono essere il segnale di un disagio psichico più profondo che, nei casi più complessi, possono sfociare anche nel suicidio.

È quanto tipicamente accade alle vittime di un trauma. L’esperienza spiacevole, nonché i sentimenti e pensieri ad essa associati, sono come bloccati nel sistema nervoso, continuando ad influenzare i pensieri, i comportamenti e le emozioni presenti. Il carattere di urgenza e di pericolo che caratterizzano il trauma fanno sì che le informazioni associate all’evento vengono archiviate nella nostra memoria come frammenti di ricordi, dissociati da un’elaborazione razionale, consapevole, integrata, contestualizzata nel tempo e nello spazio. Se questa reazione può aiutare la persona a sopravvive nell’immediato all’evento, diviene altamente disfunzionale quando non è seguita da un’elaborazione successiva. Incubi, ricordi ricorrenti ed intrusivi costituiscono una memoria traumatica, determinando, nei casi più gravi, un disturbo post-traumatico. È come se il cervello fosse bloccato ad una certa scena della vita della persona, scena che riaffiora come attuale quando si presenta uno stimolo collegato all’evento originario e nei momenti più inaspettati. Solo una rielaborazione dell’evento traumatico potrà aiutare la persona a liberarsi di tali pensieri intrusivi e dei vissuti ad essi associati, quali il senso di colpa, il senso di vulnerabilità e di impotenza.

Se un giorno fosse possibile (così come prospettano gli studiosi del MIT) agire sulla memoria e cancellare alcuni ricordi, potrebbe essere un modo per tutelarci dalle cose dolorose?

Una scoperta di questo tipo fa prospettare nuovi scenari nel trattamento delle vittime dei traumi, che siano essi grandi catastrofi, scenari di guerra, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, aggressioni o violenze. Si tratta di un ambito di applicazione ben più vasto di quanto si possa pensare, soprattutto considerando quanto i media e le nuove tecnologie hanno ridotto le distanze e accelerato la comunicazione, ampliando ed amplificando gli effetti indiretti degli eventi traumatici.

Riuscire a bloccare a livello neurochimico il ricordo di un evento traumatico potrebbe significare eliminare o quantomeno alleviare la sintomatologia psicofiosiologica ad esso connesso.

Questo, ovviamente non può considerarsi la soluzione al problema. Sarebbe, tuttavia, un importante strumento che potrebbe sostenere il professionista del trattamento psicoterapeutico finalizzato ad una rielaborazione profonda e più adeguata dei ricordi della memoria traumatica. Approcci di psicoterapia integrata si muovono già in questa direzione, facendo tesoro dei contributi provenienti da diversi ambiti e approcci per realizzare un modello di intervento che sia “cucito su misura” del paziente.

Questo tipo di intervento si colloca in un lavoro fondamentale per la nostra società, in cui gli Psicologi lavorano in sinergia con altri professionisti per promuovere la prevenzione degli effetti psico-sociali del trauma, accrescendo l’empowerment, la resilienza e le abilità di coping delle persone, attivando reti di sostegno e gruppi di mutuo-aiuto, interventi di sensibilizzazione e formazione.

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