a cura di Florinda Barbuto, Andrea Bonano
Workshop Oltre la stanza di terapia: conflitto, appartenenza e trasformazione comunitaria
8° Convegno FISIG Desiderio di Comunità. Lapproccio gestaltico tra conflitto, dialogo e appartenenza
Psicoterapia della Gestalt, conflitto globale e paralisi dell’agency collettiva
Introduzione
Viviamo in un tempo storico attraversato da conflitti permanenti, guerre protratte, polarizzazioni sociali e crisi umanitarie che non rimangono più confinate ai territori in cui si producono, ma penetrano costantemente nello spazio psichico individuale e collettivo. Le immagini della violenza circolano senza tregua, la sofferenza diventa simultaneamente ovunque presente e spesso emotivamente irraggiungibile, mentre il senso di impotenza si diffonde come clima di fondo dell’esperienza contemporanea.
In questo scenario, la psicoterapia non può più limitarsi a considerare l’individuo come entità isolata dal proprio campo relazionale, sociale e politico. La salute psichica è inevitabilmente intrecciata alla salute della comunità. Quando il campo collettivo è attraversato da paura, sopraffazione, violenza e perdita di fiducia nelle possibilità trasformative dell’azione umana, anche l’organismo individuale ne porta le tracce.
La clinica contemporanea mostra sempre più frequentemente configurazioni esperienziali caratterizzate da anestesia emotiva, cinismo, esaurimento empatico, impotenza, frammentazione del senso di agency e ritiro dalla partecipazione sociale. Questi fenomeni non possono essere letti soltanto come aspetti intrapsichici: essi rappresentano anche adattamenti creativi a un ambiente percepito come ingestibile, minaccioso o moralmente capovolto.
Come psicoterapeuti gestaltici siamo chiamati ad abitare questo spazio complesso: non soltanto come testimoni della sofferenza individuale, ma anche come facilitatori di processi trasformativi che coinvolgono il singolo, i gruppi e la comunità allargata. La prospettiva gestaltica, con la sua attenzione al campo organismo/ambiente, offre strumenti particolarmente preziosi per comprendere come le dinamiche collettive si incarnino nei corpi, nelle emozioni e nelle modalità di contatto delle persone.
Questo contributo nasce dall’esigenza di esplorare il legame tra dimensione micro e dimensione macro: tra ciò che accade nella stanza di terapia e ciò che accade nel mondo; tra il modo in cui il soggetto interrompe il contatto con la propria esperienza e il modo in cui intere collettività si difendono da realtà percepite come intollerabili.
L’ipotesi di fondo è che alcuni vissuti oggi ampiamente diffusi — impotenza appresa, razionalizzazione della violenza, cinismo morale, desensibilizzazione empatica — possano essere letti come interruzioni collettive del ciclo del contatto.
Il trauma del potere senza limite
Una delle esperienze psicologicamente più destabilizzanti per un organismo umano o per una collettività riguarda la percezione dell’esistenza di un potere senza limite.
Quando individui, istituzioni o stati sembrano poter violare sistematicamente norme condivise senza subire conseguenze significative, il problema non rimane confinato alla sfera geopolitica: esso produce effetti profondi sulla costruzione della realtà psichica collettiva.
Nel panorama contemporaneo assistiamo frequentemente a scenari caratterizzati da:
- occupazioni territoriali protratte e normalizzate;
- bombardamenti di civili e infrastrutture umanitarie;
- disattesa sistematica di appelli e risoluzioni internazionali;
- delegittimazione o criminalizzazione di tentativi di mediazione, dissenso o aiuto umanitario;
- protezione diplomatica, economica o simbolica garantita dai grandi equilibri di potere.
Al di là delle appartenenze ideologiche, queste esperienze producono un impatto psichico rilevante: quando la collettività percepisce che la forza prevale stabilmente sul diritto e che l’impunità è strutturale, si incrina il senso stesso di abitare un mondo regolato da principi condivisi.
Dal punto di vista fenomenologico, l’esperienza soggettiva che emerge è quella della sproporzione: l’organismo si confronta con qualcosa percepito come enormemente più grande della propria capacità di influenzare il campo.
La prima risposta è spesso la sopraffazione emotiva. Il soggetto viene esposto a quantità di dolore, distruzione e contraddizione morale superiori alla propria capacità di integrazione. Quando tale esposizione si prolunga, la psiche costruisce adattamenti difensivi progressivi.
Inizialmente si riduce il contatto sensoriale ed emotivo con l’esperienza. Successivamente subentrano spiegazioni razionalizzanti, forme di distacco cinico e infine stati di impotenza appresa.
L’esito finale può essere una vera paralisi dell’agency collettiva: non si smette di agire perché si approva ciò che accade, ma perché si perde progressivamente la convinzione che l’azione possa modificare il campo.
Questa trasformazione è clinicamente rilevante.
Molti pazienti oggi non portano soltanto conflitti intrapsichici tradizionali, ma anche una profonda erosione della fiducia nel potere trasformativo dell’essere umano. Emergono fantasie di irrilevanza, vissuti di inutilità, ritiro dalla partecipazione politica e sociale, sfiducia radicale nei sistemi collettivi.
In termini gestaltici, potremmo dire che si indebolisce la funzione-personalità legata all’esperienza dell’agentività e della possibilità di incidere sul campo.
Il ciclo del contatto come chiave di lettura del trauma collettivo
Nel modello gestaltico classico, il ciclo del contatto descrive il processo attraverso cui l’organismo entra in relazione con l’ambiente: dalla sensazione iniziale all’awareness, dalla mobilizzazione energetica all’azione, fino al contatto pieno e al successivo ritiro.
Le interruzioni del contatto non rappresentano semplicemente “errori” o “patologie”, ma adattamenti creativi attraverso cui l’organismo tenta di proteggersi da esperienze percepite come ingestibili.
Se osserviamo alcune delle principali reazioni collettive ai conflitti contemporanei, possiamo riconoscere configurazioni difensive molto simili.
Le difese sociali e culturali che emergono di fronte alla violenza protratta sembrano infatti organizzarsi come vere e proprie interruzioni collettive del ciclo del contatto.
1. Rimozione empatica e deflessione sensoriale
La prima difesa consiste spesso nello smettere di sentire.
L’organismo interrompe il contatto già nella fase sensoriale. Le immagini vengono evitate, le notizie scorrono sullo sfondo, il corpo riduce progressivamente la propria responsività emotiva.
Fenomenologicamente il vissuto può essere espresso attraverso formulazioni come:
“Non voglio più vedere.”
“Non riesco più a sentire.”
In termini gestaltici, questa configurazione corrisponde prevalentemente alla deflessione.
L’energia del contatto viene deviata prima ancora di organizzarsi pienamente in awareness. L’organismo riduce l’intensità percettiva per evitare il sovraccarico.
Nel corpo questo può manifestarsi come:
- ottundimento sensoriale;
- anestesia emotiva;
- distacco;
- rallentamento della responsività affettiva;
- dissociazione nei casi più intensi.
A livello collettivo si osserva una progressiva normalizzazione della violenza. L’eccezionale diventa ordinario. La ripetizione continua delle immagini di guerra produce assuefazione e riduce la capacità di commuoversi.
Questa dinamica è evidente anche nelle professioni di aiuto, dove il rischio di compassion fatigue aumenta notevolmente.
Si crea inoltre una forma di confluenza collettiva nel non-sentire: un accordo implicito del campo secondo cui “è troppo”, “non serve parlarne”, “non cambia nulla”.
Il gruppo confluisce nel silenzio.
2. Razionalizzazione, deflessione cognitiva e introiezione
Quando l’esperienza emotiva comincia ad affiorare, una seconda difesa possibile consiste nello spostamento dal sentire al pensare.
La sofferenza viene trasformata in spiegazione.
Formulazioni tipiche possono essere:
“Ci sarà un motivo.”
“Avranno le loro ragioni.”
In questo caso osserviamo una combinazione tra deflessione cognitiva e introiezione.
La deflessione consiste nel trasformare l’intensità emotiva in analisi astratta. Il pensiero crea distanza dall’esperienza. Invece di restare in contatto con l’orrore, il dolore o l’indignazione, l’organismo costruisce spiegazioni che funzionano come cuscinetto emotivo.
Accanto a questo emerge spesso una dinamica introiettiva.
L’organismo “ingoia” la narrazione dominante senza digerirla criticamente. Le giustificazioni del potere vengono interiorizzate come verità autoevidenti.
Questo meccanismo risponde a un bisogno psichico profondo: mantenere una rappresentazione del mondo ancora ordinata e comprensibile.
Per molti soggetti è meno destabilizzante credere che “esista una logica nascosta” piuttosto che tollerare l’esperienza di un sistema radicalmente ingiusto.
La razionalizzazione permette quindi di preservare una coerenza cognitiva al prezzo di un indebolimento del contatto autentico con l’esperienza emotiva.
3. Cinismo morale, proiezione e deflessione
Quando il senso di ingiustizia si prolunga nel tempo senza possibilità percepite di trasformazione, può emergere il cinismo morale.
Il soggetto sviluppa una visione del mondo in cui ogni posizione etica viene considerata ingenua o inutile.
Formulazioni tipiche sono:
“Tutti fanno così.”
“La differenza è che alcuni possono permetterselo.”
Qui la componente proiettiva è particolarmente rilevante.
Il soggetto attribuisce al mondo esterno aspetti che fatica a riconoscere dentro di sé: la rinuncia morale, il desiderio di potere, il ritiro dalla responsabilità.
La convinzione che “siano tutti uguali” produce un effetto anestetizzante: se il mondo è strutturalmente corrotto e immutabile, allora ogni tentativo di posizionamento etico appare futile.
Parallelamente il cinismo funziona anche come deflessione.
L’ironia, il distacco intellettualizzato, il commento disilluso sostituiscono il contatto pieno con il dolore e con la responsabilità.
L’energia che potrebbe trasformarsi in azione viene dispersa in una postura di superiorità emotivamente ritirata.
Clinicamente, il cinismo rappresenta spesso una difesa contro la delusione e contro il lutto.
Dietro il soggetto cinico troviamo frequentemente un’esperienza di tradimento profondo della fiducia nel legame sociale.
4. Impotenza appresa e retroflessione
Quando il soggetto percepisce ripetutamente che nessuna azione produce effetti significativi sul campo, può strutturarsi un’esperienza di impotenza appresa.
La frase fenomenologicamente più rappresentativa è:
“Non posso fare niente.”
In termini gestaltici, questa configurazione corrisponde prevalentemente alla retroflessione.
L’energia mobilitata dall’organismo non riesce a dirigersi verso l’ambiente e viene trattenuta o rivolta contro di sé.
La rabbia, l’indignazione, il desiderio di opporsi non scompaiono: vengono bloccati.
Nel corpo questo può tradursi in:
- tensione muscolare cronica;
- collasso energetico;
- stanchezza persistente;
- somatizzazioni;
- riduzione della vitalità.
Sul piano collettivo, l’effetto più rilevante è la perdita progressiva dell’agency.
Le persone smettono di partecipare non necessariamente per consenso, ma per esaurimento.
L’organismo collettivo smette di credere che l’azione possa modificare il campo.
A questo si aggiunge spesso una componente confluenti: il soggetto si fonde con il senso di impotenza del gruppo.
Non è più chiaro il confine tra:
- “io non posso”;
- “nessuno può”.
La paralisi diventa identità condivisa.
5. Rabbia silenziosa e retroflessione cronica
Sotto tutte queste difese, tuttavia, l’energia non scompare.
Resta spesso una rabbia silenziosa, trattenuta, compressa.
L’organismo continua a percepire l’ingiustizia, ma non trova una forma di azione possibile.
La funzione aggressiva — intesa in senso gestaltico come capacità di andare verso, mordere, distinguere, opporsi — rimane bloccata.
L’energia retroflessa si accumula nel corpo e nella psiche.
Nel corpo può manifestarsi attraverso:
- mascella serrata;
- respiro bloccato;
- cefalee;
- gastriti;
- ipertono muscolare;
- agitazione trattenuta.
Sul piano collettivo questa rabbia inespressa può alimentare:
- disillusione politica;
- ritiro dalla partecipazione;
- aumento della polarizzazione;
- esplosioni improvvise di aggressività;
- radicalizzazioni;
- agiti distruttivi.
Eppure, in ottica gestaltica, la rabbia non è soltanto un problema.
Essa rappresenta anche una risorsa evolutiva.
Perls descrive l’aggressività sana come funzione necessaria alla crescita: mordere, differenziare, assimilare, opporsi sono processi fondamentali dell’organismo vivente.
Quando la rabbia viene sottratta alla retroflessione e ri-orientata verso il contatto, può trasformarsi nuovamente in capacità d’azione, scelta e partecipazione.
Il terapeuta gestaltico nel campo contemporaneo
In questo scenario emerge una domanda centrale per la pratica clinica:
Cosa significa oggi essere terapeuti?
Se il campo collettivo è attraversato da frammentazione, impotenza e perdita di fiducia nella possibilità di incidere sul mondo, la psicoterapia non può limitarsi a un adattamento individuale del soggetto al contesto.
Il rischio è che la cura venga inconsapevolmente trasformata in una pratica di desensibilizzazione funzionale: aiutare le persone a tollerare l’intollerabile senza recuperare possibilità di contatto autentico con il proprio desiderio, la propria rabbia e la propria capacità trasformativa.
La prospettiva gestaltica offre invece una posizione differente.
L’essere umano non è pensato come entità separata dal campo, ma come processo continuamente co-creato nella relazione organismo/ambiente.
Questo implica che:
- il dolore individuale non può essere completamente separato dal contesto storico e sociale;
- le difese personali hanno spesso una funzione di adattamento al campo;
- la trasformazione individuale ha inevitabilmente effetti relazionali e collettivi.
Il terapeuta gestaltico è quindi chiamato a sostenere processi di riattivazione del contatto.
Non si tratta di orientare ideologicamente il paziente né di trasformare la terapia in militanza politica.
Si tratta piuttosto di creare le condizioni affinché il soggetto possa:
- tornare a sentire;
- distinguere ciò che è proprio da ciò che appartiene al campo;
- riconoscere le proprie retroflessioni;
- recuperare il senso della propria agency;
- riappropriarsi della propria funzione aggressiva sana;
- ricostruire possibilità di appartenenza non fondate sulla confluenza o sul cinismo.
In questo senso la terapia diventa anche pratica di resistenza alla desensibilizzazione.
Una stanza di terapia sufficientemente viva può diventare uno spazio in cui il soggetto recupera la possibilità di esperire:
- indignazione senza collassare;
- vulnerabilità senza dissociarsi;
- rabbia senza distruggere;
- partecipazione senza onnipotenza.
Dal trauma collettivo alla possibilità di comunità
Uno degli effetti più profondi del trauma collettivo contemporaneo è l’erosione del desiderio di comunità.
Quando il mondo viene percepito come dominato esclusivamente dalla forza e dall’impunità, il legame sociale perde credibilità.
Le persone si ritirano progressivamente:
- dalla partecipazione;
- dalla fiducia;
- dall’impegno;
- dalla possibilità di immaginare trasformazioni condivise.
La psicoterapia della Gestalt, con la sua attenzione alla co-creazione del contatto, può invece contribuire a riaprire spazi di esperienza comunitaria.
Il conflitto, in questa prospettiva, non viene pensato esclusivamente come minaccia, ma anche come possibilità di differenziazione e incontro.
Un conflitto attraversato consapevolmente può diventare luogo di ridefinizione dell’appartenenza.
Per questo il lavoro gruppale assume oggi una particolare rilevanza.
Nel gruppo diventa possibile:
- riconoscere le difese collettive;
- nominare l’impotenza condivisa;
- distinguere tra responsabilità individuale e paralisi del campo;
- restituire dignità all’esperienza emotiva;
- trasformare la rabbia in energia di contatto.
La possibilità di attraversare insieme emozioni difficili interrompe l’isolamento difensivo.
Laddove il trauma collettivo produce frammentazione, il lavoro esperienziale può favorire nuove forme di presenza reciproca.
Conclusioni
La sofferenza contemporanea non può essere compresa esclusivamente come fenomeno individuale.
Le guerre, le crisi umanitarie, le polarizzazioni politiche e la percezione crescente di impotenza collettiva penetrano profondamente nei processi di costruzione del sé e nelle modalità di contatto.
Anestesia emotiva, cinismo, razionalizzazione e impotenza appresa possono essere letti come adattamenti creativi a un campo percepito come traumatico.
La teoria gestaltica del ciclo del contatto offre una chiave di lettura particolarmente efficace per comprendere queste configurazioni.
Le difese collettive osservabili nel contesto contemporaneo appaiono infatti come interruzioni progressive della possibilità di contatto pieno con la realtà.
Il compito clinico non consiste allora semplicemente nel ridurre il sintomo, ma nel sostenere il recupero della capacità di:
- sentire;
- discriminare;
- mobilitare energia;
- agire;
- entrare in relazione.
In un tempo segnato dalla paralisi dell’agency e dalla sfiducia nel legame sociale, la psicoterapia può diventare anche uno spazio in cui riapprendere la possibilità del contatto umano.
Non per negare la complessità del mondo o illudersi di salvarlo individualmente, ma per sottrarsi progressivamente a quella cascata difensiva che conduce allo spegnimento emotivo, alla rinuncia e al ritiro.
Forse una delle domande clinicamente e politicamente più importanti del nostro tempo è proprio questa:
Cosa accade dentro di noi quando vediamo che il potere sembra non avere limiti?
E, insieme:
Quali forme di presenza, contatto e comunità possono ancora nascere dentro questa esperienza?
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