a cura di Florinda Barbuto
Che cosa accade quando una persona smette di fidarsi di ciò che vede, ricorda e sente? È questa una delle domande centrali evocate dal Gaslighting di Roberta Maola, progetto artistico che affronta una forma di violenza psicologica tanto sottile quanto destabilizzante: quella che porta progressivamente a dubitare della propria esperienza.
Il gaslighting non consiste semplicemente nell'essere contraddetti o ingannati. Nella sua forma più propriamente psicologica, è una dinamica nella quale la persona viene indotta a mettere in discussione le proprie percezioni, i propri ricordi e i propri giudizi, fino a perdere fiducia nella propria capacità di interpretare ciò che accade. Ne può derivare una compromissione dell’agentività, cioè della percezione di essere soggetti capaci di comprendere la realtà e agire a partire dalla propria esperienza.
È proprio questa condizione che può essere evocata dalla rosa protagonista dell’opera di Maola. Nella sua poetica, la rosa può essere letta come figura del femminile: un corpo delicato, riconoscibile e insieme vulnerabile. Il fatto che venga rappresentata adagiata su un divanetto introduce un elemento decisivo: la sospensione.
La rosa non è eretta, non è in movimento, non tende verso l’esterno. È sostenuta da qualcosa. La sua immobilità può diventare metafora di quella particolare paralisi psicologica che può accompagnare il gaslighting: quando non ci si fida più delle proprie impressioni, anche agire diventa difficile. Prima di prendere una decisione occorre chiedersi se ciò che si è percepito sia davvero accaduto, se la propria emozione sia legittima, se il proprio ricordo sia attendibile.
Ma la rosa non è soltanto adagiata: è racchiusa in una scatola di plexiglass.
Questo elemento modifica profondamente la lettura dell’immagine. Il plexiglass è trasparente: permette di vedere, ma impedisce di entrare in contatto diretto. La rosa è visibile e contemporaneamente separata. È protetta, ma anche confinata; esposta allo sguardo, ma sottratta alla possibilità di essere raggiunta.
È una condizione che richiama, simbolicamente, quella del soggetto sottoposto a gaslighting: la propria esperienza rimane presente, percepibile, ma sembra collocata dietro una superficie che rende difficile raggiungerla e riconoscerla pienamente. Si vede, ma non si può toccare. Si sente, ma si dubita di ciò che si sente.
Anche il plexiglass introduce quindi una dimensione corporea e relazionale: stabilisce un confine. E ogni confine può avere una duplice funzione: proteggere oppure isolare. Nell’opera le due possibilità sembrano convivere, producendo una tensione che non viene risolta.
A questa dimensione psicologica si aggiunge la scelta dell’iperrealismo. La precisione tecnica con cui Maola restituisce forma, superficie e dettaglio produce nello spettatore una forte sensazione di realtà. Eppure, proprio mentre l’immagine appare estremamente certa sul piano percettivo, il suo significato rimane aperto.
È qui che l’opera incontra la neuroestetica. L’esperienza estetica non dipende soltanto dalla percezione visiva, ma dall’interazione tra percezione, emozione, memoria, aspettative e attribuzione di significato. Non vediamo semplicemente ciò che è davanti ai nostri occhi: interpretiamo ciò che vediamo alla luce di ciò che sappiamo, ricordiamo e ci aspettiamo.
L’iperrealismo di Maola sembra lavorare proprio su questa tensione: la precisione dello sguardo non garantisce la certezza del significato.
La rosa viene riconosciuta e osservata nei suoi dettagli; contemporaneamente, la sua posizione, il divanetto e la trasparenza del plexiglass producono una risposta emotiva e aprono una domanda. La bellezza della forma entra in contrasto con la vulnerabilità della condizione rappresentata. È possibile che proprio questa incongruenza generi nello spettatore una frizione cognitiva: vediamo qualcosa di familiare, ma siamo costretti a rileggerlo.
In questo senso, emozione e pensiero non sono momenti separati. L’emozione orienta l’attenzione; il pensiero attribuisce significato a ciò che percepiamo. L’opera può trasformare così una sensazione iniziale in una domanda psicologica.
La rosa diventa più di un soggetto rappresentato: diventa una forma attraverso cui pensare il rapporto tra percezione, emozione e agency.
Ed è forse qui che l’arte può compiere il movimento opposto rispetto al gaslighting. Se il gaslighting utilizza il dubbio per indebolire la fiducia nella propria esperienza, l’arte può utilizzare il dubbio per riattivarla. Ci costringe a fermarci, osservare, sentire e formulare una nostra interpretazione.
La rosa rimane immobile, sospesa tra il divanetto e la trasparenza del plexiglass. Ma lo spettatore, davanti a lei, è chiamato a muoversi: dalla percezione al pensiero, dal pensiero all’emozione, dall’emozione alla possibilità di dare nuovamente credito alla propria esperienza.
L'opera
"Gaslighting"
2018
Disegno a matita su Carta 40/20 cm inserito in struttura in plexiglas

La mostra
“Gaslighting” è un progetto d’arte ideato e realizzato da Roberta Maola che si terrà dal 23 al 27 settembre 2026 presso il Palazzo Ducale “Cantelmo” di Atina, a cura e con il testo critico di Laura V.d.B. Facchini. Leggi il comunicato stampa.
